Monia Scarpelli

"Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate."

"Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate."

Jean-Baptiste Adamsberg…lo spalatore di nuvole

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Ed eccoci a un altro dei miei “uomini di carta” ; sicuramente uno di quelli che rientra nella top ten.

Jean Baptiste Adamsberg è schivo come un lupo del Mercantour, la zona di montagna in cui è cresciuto. Aspro, tenero, arruffato, silenzioso e riflessivo. Non conduce le indagini, lui intuisce, pensa e spala le nuvole. Eh sì, capite? Lui cammina e spala le nuvole. E risolve così i suoi casi.

Riservato eppure bravo nel conquistare o nel farsi conquistare, chiude un occhio sui suoi difetti e su quelli degli altri. Copre perfino l’ubriachezza del suo fedele vice Danglard, perché è lui la mente razionale, quella logica, Jean Baptiste spala le nuvole! E’ trasandato e un po’ bohémien con il suo impermeabile sgualcito, l’immancabile sigaretta, un amore tormentato per la sua Camille che lui puntualmente ferisce e dalla quale puntualmente si fa ferire.

Ruvido, intelligente e dai metodi stravaganti. Si caccia sempre in qualche guaio perché le nuvole, mentre le spali, ti coprono la visuale, ti fanno cambiare rotta ed è facile che ti ritrovi a ridosso di uno scoglio.

Avete ancora dubbi sul perché io lo ami alla follia?

Se ne avete ancora uno ve lo risolvo subito aggiungendo l’ultimo aspetto che lo rende irresistibile: è umano, umano fino nel profondo.

E’ fallibile, fragile e, per questo, pieno di coraggio. Non ha paura di sporcarsi le mani, s’infanga e non giudica. Si stende sul mondo che gli fluttua attorno, spala, chiude gli occhi, capisce, a volte mena le mani e risolve. Cade in continuazione e si rialza. Quando pensi che questa sia la volta in cui non ce la farà a riemergere, lui galleggia piano piano e torna su.

Una volta conosciuto non puoi farne a meno, la voglia di leggere le sue storie è come il morso del ragno che Lucio, il vicino di Adamsberg, continua a sentir pizzicare, nonostante non abbia più il braccio: non passa mai.

 

Cupo e insistente, Lucio si grattava il braccio che non aveva piú, muovendo le dita nel vuoto. Come spiegava sempre, quando lo aveva perso, a nove anni, sul braccio c’era un morso di ragno che lui non aveva finito di grattare. Ecco perché quel morso gli prudeva ancora, sessantanove anni dopo: perché non aveva potuto grattarlo completamente, occuparsene sul serio, chiudere la faccenda. Spiegazione neurologica fornita da sua madre, che alla fine per Lucio era diventata una filosofia generale, buona per qualsiasi situazione e per qualsiasi sentimento. Bisogna finire, oppure non cominciare nemmeno. Arrivare fino in fondo, compreso in amore. Quando un evento della vita lo coinvolgeva intensamente, Lucio si grattava il morso interrotto.

 

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