Monia Scarpelli

"Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate."

"Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate."

Dún an doras (Chiudi la porta) – parte prima

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Questo è l’inizio di un racconto di qualche tempo fa’. Non sono una specialista di racconti, troppe poche parole per tutto quello che mi frulla in testa e non sono così brava a domarle e ridurne il numero. In ogni caso, con un soffio di vento è arrivato questo…

Sono le undici e ancora niente. Una luce gialla e soffusa tinge le pareti del pub, tre teste chine in cerchio sul fondo del bancone, come se fosse una seduta spiritica. Laura, Fabio e Lorenzo sono lì per ragioni diverse ma con un obiettivo comune: scavare nel passato di Alberto, il padre di Fabio, per ritrovare un sogno da portargli in pegno, aiutando Lorenzo a realizzare il suo. Strisciavo lungo le finestre proprio mentre concludevano il loro accordo.

Laura lavora al pub da poche settimane, da quando, in una giornata fredda, l’ho spinta ad aprire la porta su cui era affisso quel cartello “Cercasi aiuto per il pomeriggio”.

Arrivavo da nord. Sono sceso in picchiata verso i tetti, fischiando tra le mura della Torre di Arnolfo e poi le sono passato sopra la testa. Se ne stava impalata fuori della porta, gli occhi fissi su quell’annuncio. È titubante, ho pensato, le serve un aiuto, giusto un soffio. Così ho sbattuto e frullato fino a sbilanciarla, fino a che non ha mosso quel benedetto passo e varcato l’entrata. In realtà non è stato solo merito mio, ma grazie a me ha vinto la sua indecisione, convincendosi che quella potesse essere l’occasione buona di arrotondare il suo stipendio da lavoro part-time. Forse sarebbe riuscita, almeno così, a iscriversi a quel corso di fotografia che le avrebbe permesso di fissare gli attimi, le luci e le persone come lei li vedeva, attraverso i suoi occhi spesso spaventati. La sua reflex rossa – come la birra che Alberto le ha fatto assaggiare per osservare la sua reazione e decidere se assumerla o no – la segue ogni giorno, ma si rifiuta di impostarla sull’automatico e sbatte rumorosamente contro ogni scatto sbagliato.

Fabio gestisce il locale assieme al padre, coprendo l’intervallo più buio delle ventiquattrore ed è amico di Lorenzo dai tempi delle scuole superiori. Adorano la musica, la birra, il nord dell’Europa e le ragazze poco vistose. Il primo ha la carnagione scura e i capelli tagliati molto corti, mentre il secondo la testa coperta da capelli chiari tutti arruffati, la barba bionda incolta. Da quando l’amico ha strappato ad Alberto la flebile promessa di poter cantare al pub la prima sera d’estate, Fabio è impegnato ogni sera con lui nella ricerca di quel sogno irrealizzato di ragazzo che il padre ha chiesto a Lorenzo. Resta al di là del bancone, alternando la spina e l’apribottiglie ai vecchi album di foto, grazie ai ritmi di lavoro rallentati della settimana lavorativa. Il sabato torna a essere un barista a tempo pieno e può al massimo ritagliarsi qualche breve riflessione tra un boccale e l’altro. A pensarci bene, anche quelle diventano rare nelle serate particolarmente attive, quando il pub rispetta la tradizione tutta irlandese delle chiacchiere continue e della baldoria e la porta d’ingresso, com’è scritto sull’insegna, si chiude dietro alle spalle di tanti ragazzi allegri.

Lorenzo è la causa e il fine di ogni sforzo d’immaginazione e di memoria che i tre stanno facendo. Grazie alla sua laurea in geologia, seppure inutilizzata, Lorenzo si è reso conto che la granitica resistenza di quella montagna del signor Alberto si stava sgretolando, dopo tanta ostinazione. Canterà la prima sera d’estate al pub, ne è certo, perché loro tre insieme saranno in grado di scoprire qual era quel desiderio rincorso in gioventù che non è stato afferrato. L’aiuto di Laura poi può rivelarsi prezioso perché mentre Alberto è diffidente verso ogni domanda del figlio, con lei appare più rilassato, soprattutto se sta assaporando uno dei suoi piatti.

A pochi giorni dal suo arrivo, infatti, Laura ha messo sotto il naso di Fabio una ciotola con un groviglio polposo, dall’odore robusto e accogliente come una vecchia casa di pietra: «Cos’è?» le ha chiesto Fabio

«Colcannon. È un purè di patate irlandese con il cavolo. Ho pensato che sarebbe carino proporre qualche assaggio tipico per l’aperitivo.»

Gli occhi di Fabio si sono tuffati nella ciotola, assieme al cucchiaino. Il sapore era buono: dove stava la fregatura?

«Chi l’ha cucinato?»

Laura si è stretta nelle spalle confessando la sua colpa:

«Adoro cucinare e ho fatto delle ricerche su qualche ricetta irlandese che potremmo proporre con un costo basso, a piccole porzioni. Limiterò il salmone!»

«Tu sei qui per dare una mano al bar.» le ha risposto lui secco

«Potrei venire un po’ prima, cucinare mentre il signor Alberto è ancora qui e farmi aiutare da Ivan. In fondo prepara già il resto degli stuzzichini.»

La faccia di Fabio non ha mostrato alcuna emozione; ha continuato ad assaporare quel purè corposo che lo riportava tra le eriche del Connemara. Gli sembrava perfino di sentire l’odore di torba.

«Affare fatto. Iniziamo venerdì sera, al massimo per due volte la settimana e non avrai un aumento di stipendio per questo. Per la spesa prendi i soldi dalla cassa di Ivan e lascia lì lo scontrino.»

Laura ha scambiato un’occhiata complice con Alberto, che da allora si è arrogato il diritto del primo assaggio di ogni suo piatto, per poi tornarsene in cucina reggendo la ciotola stretta nelle mani bianche.

È così che Laura ha trovato il suo posto in quel piccolo locale, sistemando i suoi occhi più sicuri di giorno in giorno tra quelli indagatori di Fabio e quelli severi di Alberto. E ogni sera, uscendo da lì con un misto di sollievo e malinconia, si è sempre voltata indietro per vedere la luce filtrare dai vetri spessi all’inglese, come in un saluto silenzioso.

La prima volta che Lorenzo è entrato con i suoi capelli arruffati, Laura ne ha avuto un po’ paura, forse perché è questo l’effetto che fanno gli appassionati sognatori a chi ritiene pericoloso desiderare troppo e per questo rischiare. Anche lei però si è fatta coinvolgere dal suo entusiasmo e dalla sua sicurezza di riuscire, ma soprattutto anche lei ha capito che la sua cucina produce un effetto benefico su Alberto. Ogni boccone sembra addolcirlo, ridurre le barriere che mette tra sé e il mondo esterno, tanto da farlo scivolare inesorabile fuori dal silenzio, per svelare quello che fino a quel momento restava nascosto. Se n’è accorta quando lui ha addentato sospettoso per la prima volta le sue boxty potatoes: la fronte corrugata si è distesa, liscia come la spiaggia di Inch. Laura gli ha sorriso e in quel sorriso Alberto si è specchiato senza difese. L’uomo ha poi continuato a masticare lento e la ragazza ha tentato un ennesimo scatto, sfilando la macchina da sotto il bancone. Mentre lui proseguiva il suo viaggio in quel sapore sconosciuto, lei invece si è fermata, sbattendo il naso su un’altra immagine sfuocata.

«Il tuo stufato di ieri non ha portato a nessuna rivelazione. Stai perdendo colpi» Lorenzo provoca Laura e fa un sorriso storto, ma lei non sembra averlo sentito e continua a fissare il punto in cui due bottiglie combaciano, sulla mensola proprio dietro l’orecchio sinistro di Fabio. Ormai sono settimane che vagano tra un ricordo e l’altro, saltando tra le parole di Fabio e le poche di Alberto come si fa sui ciottoli di un fiume per attraversarlo senza bagnarsi. Cos’hanno sbagliato? Sono partiti dalla fatica, dai sacrifici perché in genere sono quelli che ti portano a realizzare un desiderio o acuiscono il dolore di esserne lontani.

Per questo sono partiti dall’Alberto garzone, ancora piccolo e in pantaloni corti. La bottega dell’argentiere per cui faceva le commissioni esisteva ancora ma non era più la stessa. Fare domande non avrebbe avuto senso. Hanno scoperto che sono stati mesi neri di polvere di lucidatura, ma anche luccicanti come le cornici che venivano incartate nella velina con la delicatezza che si usa per cambiare un neonato. Alberto aveva imparato a sporcarsi e a essere gentile, ma soprattutto aveva portato a casa qualche soldo e il padre aveva potuto comprare i pezzi di ricambio per sistemare una vecchia bicicletta che potesse usare. L’avevano ridipinta insieme, verde e rossa, grattando via prima tutta la ruggine. Se c’era uno sforzo che l’aveva portato dritto a realizzare un desiderio era proprio quello. Toccava ricominciare da capo con le ricerche. Forse il pallone? Quella sì che era una passione che aveva resistito al tempo! C’erano racconti vivaci delle domeniche allo stadio, sempre con il padre, tutti e due con lo stomaco vuoto per arrivare presto a occupare il posto e la sciarpa viola al collo. Il tragitto a piedi, pieno di pronostici all’andata e volutamente più lungo al ritorno, così da poter passare sotto il Duomo e sollevare gli occhi verso la cupola. Alberto avrebbe tanto voluto un pallone di cuoio come quello usato in campo, poterlo colpire di collo pieno con un rumore secco. Se fosse stato quello? Nessuno dei tre sembrava convinto però, quindi hanno deciso di cambiare rotta, raccogliendo altri ricordi come briciole scovate qua e là e sperando che servissero a trovare la strada come aveva fatto Pollicino con quella di casa. Quel viaggio nella storia di Alberto era una strana vacanza per i tre ragazzi. Sì certo, aveva uno scopo preciso, ma era lungo il tragitto che era nato qualcos’altro. Si stava formando nel presente un inspiegabile legame che li univa, mentre erano impegnati a intrecciare i giorni di un passato che non era il loro. A tratti, era come se la meta fosse meno importante.

«Ricordo di averlo sentito dire spesso che gli sarebbe piaciuto avere il ciuffo di Paul McCartney da ragazzo» ha esordito Fabio d’un tratto, per rompere un silenzio più lungo degli altri: «Ma quello ce lo siamo giocato. Sempre che non vogliamo regalargli una parrucca.»

Lorenzo ha riso, Laura è rimasta ancora zitta.

Li ho osservati passare in rassegna la giovinezza di Alberto prendendone in mano pezzo per pezzo, come una vecchia pellicola da sbobinare. Il pantalone bicolore di Celentano che non si era mai potuto permettere per il fisico troppo massiccio, la vespa blu cobalto che costava troppo e a cui aveva dovuto rinunciare, acquistando però la sua prima macchina, una Cinquecento, di quello stesso colore come rivalsa. Il cappello da cowboy di James Dean oppure il suo giubbotto di pelle? C’erano troppe valide possibilità e nessuna illuminante intuizione.

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